Micorrize

Le micorrize sono funghi utili comunemente presenti nei terreni. A questi microrganismi sono associate diverse azioni positive attuate nei confronti di numerosissime piante, incluse quelle agrarie. I funghi micorrizici sono un esempio di endobiosi tra un fungo (simbionte) e una pianta (ospite) e rappresentano il classico caso di simbiosi mutualistica, ovvero di interazione di organismi diversi finalizzata al mutuo beneficio. Attraverso questa simbiosi mutualistica l’endofita (fungo) riceve sostegno trofico dalla pianta la quale si avvantaggia di un migliorato assorbimento di elementi minerali e acqua, assicurandosi vigore vegetativo e resistenza ai parassiti. Entrambi gli organismi simbionti ricevono benefici fisiologici, nutrizionali ed ecologici (Rea et al, 2013).

Le  micorrize sono classificate in ectomicorrize e endomicorrize. Alla prima appartengono molti funghi delle specie Basidiomiceti e Ascomiceti non in grado di penetrare l’interno delle cellule della pianta ospite (foto A).

Ectomicorriza

Queste micorrize avvolgono le radici con la formazione di una struttura ifale detta micoclena o mantello, successivamente da questa dipartono delle ife che si insinuano tra le cellule del parenchima corticale della radice; rimanendo sempre all’esterno delle pareti cellulari, formando quello che viene definito reticolo di Harting. È attraverso quest’ultima struttura che avvengono gli scambi di fontosintetati e elementi minerali tra pianta e fungo. Nelle endomicorrize (foto B), invece, non si assiste alla formazione del mantello (o micoclena), ma queste sono in grado di interagire con le cellule della radice, penetrando in esse, (ma non oltrepassando la membrana plasmatica) e formando una struttura ifale ramificata detta arbuscolo. È attraverso quest’ultima struttura che avvengono gli scambi di nutrienti tra pianta e fungo.

micorriza B

Le piante micorrizate si avvantaggiano di un miglior regime nutrizionale in quanto la rete di ife extraradicali permette una più ampia capacità di colonizzazione del suolo, a questo ne consegue anche un maggior apporto idrico per la pianta. Le ife hanno un diametro minore delle radici fini e di conseguenza riescono a penetrare nei pori di più piccola dimensione riuscendo ad assorbire nutrienti lì dove la pianta non può. Questo sistema fa si che le piante micorrizate riescano a tollerare maggiormente anche gli stress salini. Le micorrize influenzano indirettamente la crescita della pianta favorendo la strutturazione del suolo e migliorando la stabilità degli aggregati attraverso l’aumento del livello di carbonio nel suolo (i funghi micorrizici arbuscolari possono rappresentare oltre il 50% della biomassa totale microbica del suolo) e il rilascio di sostanze cementanti gli aggregati (ad esempio la glomalina) (Tullio et al, 2007). La micorrizazione è svantaggiata se nel suolo sono presenti elementi nutritivi in elevata disponibilità, specialmente se di fosforo solubile. Elementi non prontamente disponibili come nel caso dei fertilizzanti organici hanno un effetto negativo molto meno drastico nei confronti della micorrizazione. Per cui vale la regola di limitare le concimazioni nei primi 3-4 giorni dopo l’inoculo del fungo. Anche i fungicidi possono inibire lo sviluppo delle micorrize se la simbiosi non è ancora avvenuta, specialmente se usati come concianti delle sementi. Avvenuta la simbiosi molti principi attivi fungicidi sembra non abbiano influenze negative su questi (Tullio M., 2007). Le piante appartenenti alle famiglie delle Chenopodiaceae e Brassicaceae non vengono micorrizate e quindi non favorisco all’incremento dell’inoculo di questi funghi. Inoltre anche le continue lavorazioni e il set aside determinano una riduzione dell’attività delle micorrize. Al contrario, l’avvicendamento con leguminose molto recettive alla micorrizazione (Trifolium spp., Medicago spp., Vicia spp.) favorisce l’istaurarsi di un inoculo potenziale di funghi micorrizici nel suolo che può essere vantaggiosamente sfruttato da una coltura in successione particolarmente dipendente dalla micorrizazione (patata, cipolla, ecc.) (Tullio et al, 2007). In fine diversi studi hanno dimostrato che le piante micorrizate possiedono una maggiore resistenza nei confronti delle fitopatologie, ne diminuiscono l’incidenza e la gravità come nel caso delle malattie telluriche e da nematodi.